Tutti i testi sono qui riportati - citandone la fonte e
nel rispetto delle norme vigenti - con il solo fine di divulgare
il rapporto tra l’arte poetica e letteraria con la
città di Roma.
Nell’impossibilità di rintracciare alcuni titolari
dei diritti dei testi riportati nel presente volume, l’editore
e l’associazione promotrice dell’opera si dichiarano
disponibili ad assolvere eventuali diritti derivanti dalla
pubblicazione.
Walter Veltroni – Sindaco di Roma
Se una città può suscitare un’emozione,
credo che Roma sia, tra tante, quella che più riesce
a farlo in un modo del tutto particolare, non solo affascinando
chi la osserva, ma circondandolo di un’aura unica,
fatta di luce e di bellezza, di tutta la storia che l’ha
resa, nei millenni, una città eterna.
Sono colori, sono forme, sono quel misto quasi onirico di
antico e moderno, tutto quanto è qui e parla della
civiltà dell’uomo.
In questo senso, io credo, Roma è certamente una
“Patria Comune”, il luogo dove si trovano, si
sviluppano e si intrecciano eredità storiche, culturali,
religiose le più differenti, dando origine a quell’incontro
che è, insieme, interpretazione architettonica e
spaziale, elementi cromatici, disegno, armonia, tempo.
Per questo, forse, Roma è stata da sempre oggetto
dell’espressione artistica di pittori, poeti, musicisti,
che alla sua storia e alla sua profondità si sono
ispirati, ne hanno cantato tratti e caratteri, ne hanno
immortalato la storia e i personaggi.
L’idea di realizzare un’ampia raccolta di quanto
poeti e scrittori di ogni tempo e nazione hanno prodotto
parlando di Roma, mi sembra pertanto non soltanto un’ottima
maniera di rendere omaggio a questa città eterna,
crocevia di civiltà, ma un modo fertile e appassionante
di accostarsi, grazie alla magie delle parole, a una materia
così particolare e vasta.
Come amministratori, inoltre, credo che questa sorta di
particolarissimo inventario sia un’ulteriore spinta
a continuare con impegno e amore il lavoro di conservazione,
difesa e promozione, di un patrimonio monumentale, artistico
e culturale che non ha pari al mondo.
Una città non può essere soltanto un luogo
topografico, nel quale si intrecciano strade e costruzioni.
Una città è composta dalle storie di tanti
universi urbani nei quali si intrecciano le nostre vite,
nei segni, nelle vicende, nelle parole con le quali, appunto,
noi costruiamo le nostre città.
Proprio un poeta, John Donne, ha scritto: “Nessun
uomo è un’isola a sé stante, ognuno
è parte di un continente.”
E’ un altro passo verso il nostro progetto di una
città viva, a tutto tondo, una città che racconta
e si racconta, per una comunità di persone che si
allarga dal passato al futuro, dal centro alle periferie,
da queste all’Italia e al mondo.
Francesco Storace – Presidente della
Regione Lazio
Raccogliere tutte le poesie che riguardano Roma è
un’idea eccezionale, un grande omaggio a questa straordinaria
città, capitale d’Italia, ma anche capitale
della cristianità ed esempio unico di storia, cultura,
arte. Roma in poesia è, dunque, un volume destinato
a colmare un vuoto, un volume prezioso, la cui lettura consiglio
a tutti, romani e non.
Nelle tante e tante poesie raccolte, infatti, emerge non
solo la grandezza della città, ma anche lo spirito
dei cittadini, quello spirito romanesco, che è, al
tempo stesso, cultura e tradizione.
Grazie, dunque, agli autori; grazie a tutti coloro che,
nei secoli, hanno voluto dedicare poesie a Roma; grazie,
infine, a tutti i romani, sempre pronti alla battuta, sempre
pronti a sdrammatizzare, sempre orgogliosi della loro romanità.
Gianni Borgna – Assessore alla Cultura
Comune di Roma
Si parla spesso di Roma come di una città “speciale”,
amata dagli intellettuali di tutto il mondo, testimone vivente
delle grandi opere del passato ma anche metropoli del futuro,
aperta a tutti i temi della solidarietà e dell’impegno
culturale.
Il “thesaurus” della poesia del mondo su Roma
realizzato dalla Associazione Culturale Allegorein è
un’opera pregevole che sottolinea questa “specialità”:
attraverso un suggestivo viaggio nel tempo e nello spazio
possiamo ripercorrere mille immaginari romani. vissuti attraverso
le chiavi dell’emozione, della conoscenza, della riflessione
e dell’arte.
Dalla latinità ai nostri giorni, questa città
continua ad ispirare poeti e scrittori di tutto il mondo,
dando agli artisti un senso di appartenenza che rende davvero
questa città una “patria comune”.
Ripercorrere la storia seguendo il filo di questa ispirazione
è emozionante per tutti noi, e forse , attraverso
i versi di tanti poeti, ci dà la possibilità
di imparare a capire ed amare meglio la nostra città.
Armando Gnisci - Romacentro
“Roma non è l’antico, l’antichissimo
centro della trascorsa storia universale, è, come
vediamo e come sentiamo ogni giorno e ogni ora, se siamo
attenti, l’odierno centro del mondo…non New
York è l’odierno centro del mondo, non Parigi,
non Londra, non Tokyo, non Pechino e non Mosca, come leggiamo
e sentiamo dire dappertutto, no, è Roma, oggi è
di nuovo Roma, non posso dimostrarlo, in ogni caso non con
le mie parole, ma lo sento.”
Ho riportato un passo famoso del romanzo Estinzione [Auslöschung]
– che porta il sottotitolo Uno sfacelo [Ein Zerfall]
– dello scrittore austriaco Thomas Bernhard, pubblicato
nel 1986. Un romanzo che conclude l’opera al nero
di “estinzione dell’origine” che questo
genio europeo del secondo Novecento ha compiuto sulla sua
vita, sul suo luogo natale, sulla propria famiglia, sulla
patria austriaca, sulla loro epoca coeva, fino alla parentela
germanica. E sulle loro storie: una dentro ognuna altra,
tutte dentro di sé a vicenda, nel grembo stretto
dell’Europa continentale. Il luogo terminale –
e “ideale”, anzi concreto, terrestre e centrale
lì dove il genio dello sfacelo può operare
con “indipendenza e incorruttibilità”
e portare al compimento l’estinzione che da tempo,
da tutto il tempo precedente, era in mente e in cammino
– è Roma, per Bernhard. La città che
si sceglie e dove ci si trasferisce; non quella dell’eterno
ritorno alla origine di sé – di sé persona
e di sé città – come fu per Kafka la
necessità murale di Praga. [Kafka è sempre
presente in Bernhard, l’unico scrittore germanico,
insieme all’adorata amica Ingeborg Bachmann, ad essere
amato].
Roma ha il potere immaginato e letterario – dico immaginato,
e non immaginario, perché voglio dire attivo ed efficace
e non virtuale e generico – di permettere l’estinzione
dell’altrui radicamento della provenienza, il fardello
originario del forestiero, quando esso sia venuto oramai
alla luce come gobba ed oscena imperfezione, insana e storta
incapacità infelice. Roma è il ritrovo di
tutti i diversi, di tutti quelli che hanno avuto un’origine
e poi hanno voluto estinguerla.
Roma a sua volta, non è soltanto la perenne [per
annos] allegoria della costruzione urbana perenne [per annos
e per generazioni] di cui parla Cicerone, o quella melanconica
del centro imperiale della coda mediterranea dell’Asia
e della perennità finita (di sé, della coda,
dell’impero, delle pietre e dei segni); di una storia
dell’ormai: “trascorsa” e rovinosa (Du
Bellay-Quevedo-Pound). Tantomeno Roma sembra aver acquistato
qualche nuovo potere da quando è stata ri-capitata:
da capo del mondo a capitale di una nazione tardiva, sgangherata,
pessima.
[Ho citato fino ad ora il romanzo Estinzione (Milano, Adelphi
1996) alle pagine 156-157; da ora in poi passo alla pagina
300 e alle sue seguenti].
Roma ha un potere mondiale suo tuttora, forse universale.
Una parola che aborro e che ho cancellato da molti anni
dal mio uso, ma che qui ora può essere adatta e utile
per indicare qualcosa – il potere di un luogo-città,
nel nostro caso – che sembra fare lo stesso effetto
a chiunque venga da fuori: permettergli di estinguere definitivamente
l’origine, se è questo che va facendo.
“La parola Italia è sempre stata anche per
i miei sinonimo di situazione caotica, del paese dalla situazione
caotica per eccellenza […] avevo detto che a indurmi
a fare dell’Italia la mia residenza era stata proprio
quella situazione caotica, proprio Roma, dove estreme sono
la situazione caotica, le imprevedibilità, le impossibilità,
come ho sempre detto loro. Proprio perché l’Italia
è il paese più caotico d’Europa, probabilmente
il paese più caotico del mondo, ho detto loro, è
la mia residenza, Roma il centro del caos…”.
Seguendo Bernhard, voglio dire, banalmente io, e giammai
e in qualsiasi modo lui attraverso di me, che Roma è
centro del caos delle città caotiche, europee e forse
del mondo? E in cosa consisterebbe, allora, il suo potere?
E perché non Il Cairo, Città del Messico o
Calcutta? Forse perché Roma segna il centro del caos
d’Europa e al tempo stesso la sua frontiera (del caos
europeo) verso gli altri caos urbani del mondo, o addirittura
verso il Tutto-Caos, come direbbe Glissant, lo scrittore
caraibico? E perché e per chi, estinguere l’origine
sarebbe una salvezza? E Roma l’àncora e la
fabbrica, la sede perdurante della cura? È necessario
e giusto? È bene estinguere l’origine? Che
se ne ha, in cambio?
Non so rispondere a queste domande. Sono arrivato a porle,
ma questo non vuol dire che io sappia rispondere, che proprio
io abbia di che rispondere a loro.[Anche se proprio io,
mi trovo nella stessa situazione del romanzo Estinzione,
pur non essendo austriaco, ma del sud]. E tutto questo nemmeno
vuol dire che tali domande siano giuste e piene di senso,
o interessanti e importanti, o che, se mai, possano esserlo.
O, in ultima chance, che sia ragguardevole, o, ancor meglio,
che lo sia stato, l’averle pronunciate. Forse sono
eccessive, o esagerate. O lo sono io, eccessivo ed esagerato.
Oppure, tutto questo discorso anche e insieme alle domande
lo sia, facendo per loro, come sembra essere, da congruo
strascico. Ma, come dice Bernhard – che al suo personaggio
fa affermare di essere “il più grande artista
dell’esagerazione che io conosca” – “
[il] fanatismo dell’esagerazione, quando riesco a
farne un’arte dell’esagerazione, è la
sola possibilità per salvarmi dalla miseria della
mia disposizione d’animo, dal mio tedio spirituale…”
(pagina 464, ora).
Rileggiamo le pagine 300-301 di Estinzione: Roma è
nominata come il centro estremo del caos europeo (e forse
mondiale) dove si concentrano le imprevedibilità
e le impossibilità. Di cosa fanno il centro estremo
le imprevedibilità e le impossibilità, i loro
accadere propriamente e non il loro “ideale”
darsi: quello dell’astrazione; come se fossero l’imprevedibilità
e l’impossibilità? No, invece la loro accurata
e concreta pluralità numerevole. Quale nomina viene
assegnata a quel luogo che sembra essere il centro estremo
del caos dove (e perché?) è possibile che
accadano le imprevedibilità e le impossibilità?
È proprio l’ultima targa della nomina, quella
delle impossibilità, a suscitare perplessità
nel regime logico del suo testo. Anzi, più che di
perplessità dovrei dire: essa è la targa che
fa il giro intorno a se stessa. Riformuliamo la frase: Roma
è il centro estremo del caos, ed è estremo
e centrale al tempo stesso, perché lì [qui]
sono possibili le imprevedibilità e le impossibilità.
L’aria che si respira qui è la sola giusta
per portare a termine l’estinzione dell’origine.
Roma è il luogo dove si può, nel caos aborigeno
delle imprevedibili e impossibili evenienze, aver ragione
della propria appartenenza ad un’origine ed estinguerla
in questa luce, diventando straniero nella città
dove da più tempo chiunque può sanarsi dalla
piaga dell’origine e diventare cittadino (civis) della
multiversa estraneità. Questo centro del caos accogliente
segna l’estremità e il bordo lungo il quale
l’estinzione dell’origine può trasformare
chiunque (tutti noi) abbia una vita in uno che ne ha una
nuova, o meglio renata, re-originata. Bernhard ha raccontato
la storia di questa impresa ragionevolissima, eppure assurda
per certe menti, o estenuante. Ha raccontato esattamente
e proprio ciò che si può raccontare. Il che
significa: ciò che si può dire di ciò
che nessuno dice, ma che vorrebbe volentieri ascoltare quando
e se qualcuno arrivi a dirlo. Roma, allora, potrebbe fare
da centro del tempo dell’ascolto delle voci e delle
storie – mi viene in mente, proprio ora, la protagonista
di un romanzo di un altro scrittore germanico che ha vissuto
a lungo nelle vicinanze di Roma, Momo, del 1973, di Michael
Ende. La sede del tempo delle storie, di tutte le storie,
che possono essere raccontate. Fino all’estremo del
loro complesso immaginato; e quindi la sede del tempo anche
di tutte quelle imprevedibili e delle impossibili. Così,
forse, agisce la relazione canuta tra la storia di Roma
e l’esistenza della letteratura, almeno in Europa.
Roma è la caotica sede dell’opera dell’estinzione
dell’origine, della nomina a cavaliere dell’estraneità
e del sedersi del tempo che accoglie tutte le storie che
possono, dovranno poi, essere raccontate ovunque, come da
ovunque sono venute. Visto che Roma c’è, da
prima, ma già dentro quel tempo. E che chiunque può
ancora venirci a vedere come va il mondo. Anzi, dovrebbe
venire apposta per questo. A viverci anche, per qualche
tempo o di più.
Fino a che l’imperatore Marco Aurelio, come una statua,
impedirà l’estinzione della realtà,
tenendola nella sua mano vuota, apposta. Fino ad allora,
Roma sarà la custodia preesistente e viva di tutte
le origini, estinte e nuove, e di tutte le storie. Il centro
caotico delle loro migrazioni.
[Io non so se il caos amato da Bernhard rimanga necessario
in tutto questo che ho pensato attraverso e dopo la sua
narrazione. Quel caos, se potessi, io lo estinguerei definitivamente.
Per dare anche alla città una sua storia nuova. E
un caos diverso. Li merita, da parte della nostra generazione
di viventi.
Così io abito a Roma, ma non sento la città
come una volta, quando ci arrivai e ci restai; non mi attrae
più il suo centro. Penso che si sia estinto dentro
di me. Questa è un’altra storia.]
PRESENTAZIONE
di Roberto Piperno
Iolanda Capotondi
Nota sulla ricerca
Cercare le poesie che hanno per argomento Roma, scritte
in tutto il mondo dal Trecento ad oggi.
Questo l’oggetto della “singolare” ricerca
intrapresa, verso la fine degli anni ’80, senza ancora
aver chiara la destinazione ultima del materiale una volta
raccolto, ma già pensando al ruolo centrale che la
capitale avrebbe assunto nel panorama culturale mondiale
a conclusione del millennio.
Fu così che iniziò la storia di un percorso
lungo e denso di sorprese, durato circa cinque anni e forse
non ancora del tutto concluso, visto che ha continuato (e
continua ancora) ad arricchirsi di nuove scoperte.
La partenza, decisamente “ amatoriale”, sotto
la spinta di una gran curiosità e disponibilità
a tutto campo, si è poi tradotta gradualmente in
un percorso dall’orientamento più scientifico
e mirato che si è andato snodando all’interno
delle biblioteche più disparate, dalle grandi e importanti
(quali la Nazionale, la Vaticana), a quelle di quartiere
(la Baldini), a quelle scolastiche (la biblioteca, ad esempio,
dell’I.T.C. “Buonarroti” di Frascati dove
allora prestavo servizio in qualità di docente),
all’Istituto di Studi Romani, alle librerie domestiche.
L’esito della ricerca si è rivelato subito
sorprendente, sia per la quantità di materiale reperito-
come se ogni scrittore di ogni luogo e di ogni tempo avesse
sentito dentro di se l’esigenza insopprimibile di
dare il proprio tributo alla città eterna- sia per
l’immagine che viene offerta della città, di
cui vengono messi in luce non solo i monumenti celebri e
le caratteristiche bellezze, ma anche gli aspetti e i particolari
all’apparenza poco salienti, quasi dimessi e in alcuni
casi brutti o addirittura fastidiosi.
Non è solo la Città Eterna quella cantata
dai poeti, piena di storia, di arte o di religione, ma è
anche la città caotica, la metropoli rumorosa e piena
di traffico, colta nelle contraddizioni quotidiane del suo
volto dimesso e compromesso di “città qualsiasi”.
Sia che si tratti del quartiere residenziale (“Via
di Novella- dice- via di/ Santa Priscilla/ a me che guardo
attonito la splendida/ pianta gialla…”)1 o della
borgata povera o malfamata (“…vivevo in una
borgata tutta calce/ e polverone, lontano dalla città//
e dalla campagna, stretto ogni giorno/ in un autobus rantolante:…”)2,
delle strade sporche e polverose di cui non si ricorda il
nome (“Voglio una via di Roma/ coi suoi rossi coi
suoi ocra/…/ Ma non rammento il nome/ della via che
ricordo così/ superba seppur disadorna / diritta
seppur tortuosa/… / Romana anche se a Roma / non c’è
chi la ricordi:…”)3 o del G.R.A. dove si rimane
imbottigliati per ore (“ti ascolto, ti ascolto, mentre
qui giriamo/ da due ore, da un giorno, o chissà da
quando,/ infernati sul GRA, maledicenti, senza/ un’uscita
che porti per entro la città (o per fuori)/…”)4
è pur sempre Roma, comunque amata e piena di fascino.
E’ una città “umanizzata” quella
che emerge da molti testi: più complessa e meno sublime,
ma proprio per questo più attrattiva di approcci
e di scoperte impensate. “Roma ndò sta ? Stà
ffòri le mura!/ Ndò s’ annava ‘na
vorta a scavallà” scrive in un suo sonetto
Antonello Trombadori, ribadendo che “Lì stà
Roma gargante e trionfante, / A li Prati Fiscali, ar Pecoraio,
/ Mica a San Pietro e mmanco a Ppiazza Dante”5.
Forse la bellezza e la grandezza di Roma sono da ricercare
addirittura là “nei mucchi di tuguri”
dove, per dirla con Pasolini, “Nascono potenze e nobiltà/…/
nei luoghi sconfinati dove credi/ che la città finisca,
e dove invece/ ricomincia,…..6 .
Note
1 Giorgio Bassani, “Quartiere Salario”, da In
rima e senza.
2 Pier Paolo. Pasolini, “Povero come un gatto del
Colosseo” in Le Ceneri di Gramsci, Garzanti, Milano.
3 David Mourao-Ferreira, “Rua de Roma”, in Os
Ramos Os Remos, Areal Editores, Porto 1985, traduzione di
Ettore Finazzi-Agrò.
4 Mario Quattrucci, “Grande Raccordo Anulare”,
da Materia del contendere, Quasar, Roma 1991.
5 Antonello Trombadori, “Ecce Roma”, dai Sonetti.
6 Pier Paolo Pasolini, “Serata romana”, in La
religione del mio tempo, Garzanti, Milano.
Filippo Bettini
Introduzione
I. Genere e contenuto
Questo è – da quanto ci è dato sapere
– il primo thesaurus dedicato alla presenza di Roma
nella storia della poesia di ogni tempo e luogo. E, come
ogni theasurus che si rispetti, aspira a raccogliere ed
ordinare tutto quanto è stato prodotto e pubblicato
sull’argomento.
Non è, dunque, un’antologia, ma piuttosto il
suo universo speculare, perché la “parzialità”
dei testi estratti dall’opera di ciascun autore è
in funzione della potenziale “totalità”
delle loro voci specifiche di testimonianza e di rappresentazione
sul tema prescelto. L’estensione dell’arco cronologico
indagato – dalle origini della letteratura greco-latina
della Roma repubblicana alle neoavanguardie italiane e straniere
del secolo appena trascorso – la complementare vastità
dell’ambito geografico-spaziale ad esso collegato
(praticamente l’intero pianeta) e soprattutto la straripante
dovizia di tributi poetici che Roma, più di ogni
altra città al mondo, ha suscitato nella comunità
degli scrittori – accendendone immaginazione e sensi,
acuendone gusto e volontà espressiva, risvegliandone
richiami profondi al mito delle epoche antiche, innescandone
momenti di auscultazione interiore e di meditazione filosofico-esistenziale:
tutto ciò descrive le proporzioni di un’impresa
che, per la quantità di tempo, di persone e di energie
impiegate, per la continuità di uno sforzo soprattutto
negli anni, per l’infinita molteplicità di
riferimenti bibliografici e delle relazioni intertestuali,
non è esagerato definire fisicamente “colossale”.
Ed, essendo intrinseca al genere suddetto l’impossibilità
di abbracciare l’interezza della materia esistente
e, ancor meno, di acquisire una volta per tutte la validità
rappresentativa dei risultati raggiunti, va da sé
che l’istanza di completezza necessariamente postulata
in partenza va interpretata e fruita non come dato empirico
compiutamente realizzato, ma come principio dinamico e fondativo
nel senso dell’opera e, quindi, come sprone alla ricerca
attuale e futura – per chi ha condotto a termine il
presente lavoro e per chi, a partire da questo, voglia rispondere
allo stimolo di procedere oltre, unendo la forza della propria
passione e della propria competenza.
II. Impostazione e struttura
Si presentano alcune domande prioritarie a cui è
bene che il lettore conosca le risposte offerte dalla cura
del libro.
È giusto chiedersi, in primo luogo, quali siano i
confini tematici del richiamo discriminante a Roma. Come
si potrà appurare fin dalle prime pagine, e ancor
prima, dalla struttura dell’indice, la linea di demarcazione
è la più lata possibile. Ben oltre la veste
descrittiva del paesaggio romano – dell’urbe,
dei suoi rioni, dei suoi palazzi e monumenti, del suo fiume
– è in gioco la storia della città nelle
sue diverse epoche ed anime: la Roma dei Cesari, la Roma
dei Papi, la Roma moderna e la Roma contemporanea. Ma, anche
al di là di questa, salgono in primo piano le molteplici
accezioni metaforiche in cui si configura la presenza di
Roma sul piano culturale, etico, antropologico, storico-politico,
estetico, psicologico-interiore: luogo di sollecitazione,
di catalizzazione e di incrocio di esperienze eterogenee,
che vanno anche al di là di Roma ma che da Roma traggono
la loro ispirazione e linfa vitale. In siffatto contesto
perde valore, naturalmente, qualunque distinzione di ordine
quantitativo. Non è la lunghezza della citazione
ma la concentrazione dei significati in essa racchiusi a
decidere della sua importanza. Vi sono, negli antichi come
nei moderni, passaggi anche di due versi o poco più,
che, per essenzialità e ricchezza di messaggio, assumono
un rilievo pari o superiore a quello che rivestono interi
componimenti: così è per il Venerabile Beda,
o, tra i moderni, per Klee e la Cvetaeva. Ad essere esclusi
sono stati solo i riferimenti in cui Roma gioca un ruolo
secondario e casuale, senza mai uscire dallo sfondo lontano
degli eventi cui è anonimamente inserita.
E proprio la precisazione ora enunciata aiuta a rispondere
alla seconda, e più urgente, domanda che concerne
gli inventori e le correnti delle rappresentazioni testuali.
Una volta esclusa la via facile della crestomazia dei “bei
frammenti”, dettata, in un’ottica metastorica,
da un gusto meramente impressionistico (a cui si è,
per altro, ispirata la quasi totalità delle antologie
finora concepite), è stata, in certo modo, una scelta
obbligata perseguire la strada maestra della ricostruzione
storico-temporale. Detto diversamente e in parole molto
povere: rinvenire la nascita dell’idea e dell’immagine
di Roma nella scrittura delle sue origini, seguirne l’evoluzione
e i mutamenti nel corso dei secoli, focalizzarne, infine,
nella luce dell’oggi, i significati della sua rappresentazione
e il ruolo da essi conferito. Ma, giunti a questo punto,
potevano dischiudersi due sentieri distinti: la pura e neutrale
registrazione dell’ordine di successione temporale
dei testi rinvenuti e selezionati o qualcosa di sensibilmente
diverso, con tanto di implicazione rischiosa e coinvolgente.
Questo qualcosa è stato per noi il ripercorrere l’itinerario,
complesso e polivalente, dell’idea di Roma dentro
la dialettica del dibattito culturale e dei movimenti e
delle tendenze che ad essso hanno dato impulso nel corso
dei secoli. In altri termini, si è deciso di mettere
mano, per la prima volta, alla storia della mitopoiesi della
città di Roma nel seno della più vasta storia
della letteratura mondiale. E si sono così delineati,
per affinità o per opposizione, per continuità
o per scarto, i differenti caratteri che il composito processo
di percezione, concezione e rappresentazione di Roma in
scrittura ha acquistato via via nella progressione delle
epoche a noi più note e familiari: dalla Classicità
al Medioevo, dal Rinascimento al Barocco, dall’Arcadia
all’Illuminismo, dal Romanticismo al Simbolismo e
poi su su, dentro il Novecento, fino al Decadentismo, al
Realismo e alle Avanguardie della prima e della seconda
ondata.
La novità speciale è che alle stazioni questo
percorso si è incrociata in linea trasversale la
distinzione per aree geografiche e nazionali, sicché
ad ogni periodo o movimento è venuto a corrispondere
pour cause il ventaglio delle letterature di quei paesi
che, attraverso le voci dei loro poeti, si sono pronunciati
su Roma. Si è potuta così scoprire, ad esempio,
una Roma medioevale italiana, francese, tedesca, bizantina,
araba e islandese o una Roma novecentesca non solo europea
ma anche indiana, cinese, giapponese, australiana, africana,
latino-americana, statunitense. Con il triplice risultato
di illuminare, entro la doppia coordinata dello spazio e
del tempo, una trama iridescente di corrispondenze analogiche
e contrastive tra i diversi livelli, contenuti, immagini
e forme mitografiche in cui si sono manifestati i responsi
della produzione letteraria d un autore all’altro
in seno alla stessa nazione, da una nazione all’altra
all’interno dello stesso movimento, da un movimento
all’altro nel corso del cammino storico complessivo.
Ben oltre, dunque, la reciprocità di una storia della
letteratura rivista e forgiata attraverso gli spostamenti
della “funzione Roma” a fronte, di una storia
dell’idea di Roma come rivolo interno e specchio particolare
– confirmativo, integrativo o correttivo – della
civiltà universale delle “belle lettere”.
Fatto, comunque, già di per sé non trascurabile,
se attesta in termini tanto più probanti quanto più
duraturi, estesi e differenziati – la centralità
costante di questo soggetto nella costellazione dell’episteme
poetico lungo la molteplicità evolutiva delle sue
varianti specifiche e circostanziate, fino al punto da sostenere
il peso di un’articolazione retrospettiva così
ramificata e complessa e persino da suggerirne, essa stessa,
l’idea e la traccia, al fuoco della prova più
difficile intrapresa nel presente libro.
III. Novità e risultati
Ma altri aspetti più particolari ed egualmente innovativi
discendono dall’incontro della dimensione verticale
della storia e del tempo con quella orizzontale della geografia
e dello spazio.
Intanto è possibile scoprire e riconnettere da un
secolo all’altro le avventure e le metamorfosi di
uno stesso testo, che diventa in tal modo archetipo e matrice
di nuova fecondazione. È il caso della celeberrima
definizione virgiliana di Roma quale “patria comune”;
degli splendidi versi di Rutilio Namaziano “sulle
diverse genti” da Roma riunite e trasformate in “una
sola città”; del fortunato detto del Venerabile
Beda sull’inseparabile unione tra la vita del Colosseo,
la vita di Roma e quella del mondo; e, forse più
di ogni altra testimonianza, delle mirabili riscritture
condotte sul noto sonetto Le antichità di Roma del
francese Joachim du Bellay, a sua volta debitore alla fonte
latina primo-rinascimentale di Janus Vitalis da Palermo,
da parte de manieristi italiani tardo-rinascimentali Bartolomeo
Tortoletti e Girolamo Preti e specialmente dello spagnolo
barocco Francisco de Quevedo e, in pieno Novecento, dell’avanguardista
statunitense Ezra Pound.
Non meno sorprendente, e culturalmente accrescitivo, è
il disvelamento che lo scermo di riferimento a Roma rispecchia
e propone alla nostra vista – e talvolta, perché
no?, alla nostra memoria sepolta o alla nostra legittima
ignoranza – dell’esistenza produttiva di scrittori
prevalentemente conosciuti, editi e storicizzati sotto altra
veste. Quanti lettori – per citare qualche caso paradigmatico
– si ricordavano, prima di imbattersi in queste pagine,
che Machiavelli, Goldoni e Pirandello sono anche poeti e
che, proprio come tali, hanno scritto pagine storicamente
rilevanti sulla capitale della latinità e del nostro
paese. Ad essi e ad altri come loro, contemporaneamente
scrittori in versi e in prosa, è stato miratamente
concesso il privilegio di uno spazio ambivalente. E cogliamo
al volo l’occasione di questa informazione per puntualizzare
che il thesaurus, pur essendo rivolto alla poesia, contiene
cospicue appendici riservate alla prosa, al fine di non
privare il lettore e l’argomento medesimo di contributi
fondamentali di narratori (esclusivamente tali o anche poeti)
che altrimenti non potrebbero apparire. E basta fare i nomi
di Sallustio, Petronio, Tacito, Boccaccio, Montaigne, Cervantes,
Stendhal, Zola, Mann, Gadda, Canetti, per capire a quale
incalcolabile sacrificio si sarebbe andati incontro, se
si fosse scelta la linea dell’intransigenza sul “genere”.
Da ultimo, emerge con nettezza dai contorni il peso della
presenza e dell’apporto di nazioni e culture per lo
più emarginate o trascurate dalle antologie letterarie
su Roma. Sia a Nord che a Sud, a Est come ad Ovest entrano
per la prima volta sulla scena in modo non sporadico e casuale,
e con testi per lo più inediti, poeti del mondo arabo,
della Cina, dell’India, del Giappone, dei paesi slavi,
di quelli scandinavi, della Finlandia, dell’Australia
e del Latinoamerica. Le loro voci, unendosi a quelle delle
Vecchia Europa, concorrono a formare un concerto polifonico,
per molti versi allegorico del messaggio interculturale
e plurietnico che, in una prospettiva dialogica, democraticamente
aperta e libertaria, impregna ogni pagina di questa pubblicazione
e ne fonda il senso primo.