Presentazione volume unico.pdf introduzione al volume e presentazioni istituzionali Volume I
dalle origini all’età
Giulio-Claudia 2009

 
Tutti i testi sono qui riportati - citandone la fonte e nel rispetto delle norme vigenti - con il solo fine di divulgare il rapporto tra l’arte poetica e letteraria con la città di Roma.
Nell’impossibilità di rintracciare alcuni titolari dei diritti dei testi riportati nel presente volume, l’editore e l’associazione promotrice dell’opera si dichiarano disponibili ad assolvere eventuali diritti derivanti dalla pubblicazione.

Walter Veltroni – Sindaco di Roma

Se una città può suscitare un’emozione, credo che Roma sia, tra tante, quella che più riesce a farlo in un modo del tutto particolare, non solo affascinando chi la osserva, ma circondandolo di un’aura unica, fatta di luce e di bellezza, di tutta la storia che l’ha resa, nei millenni, una città eterna.
Sono colori, sono forme, sono quel misto quasi onirico di antico e moderno, tutto quanto è qui e parla della civiltà dell’uomo.
In questo senso, io credo, Roma è certamente una “Patria Comune”, il luogo dove si trovano, si sviluppano e si intrecciano eredità storiche, culturali, religiose le più differenti, dando origine a quell’incontro che è, insieme, interpretazione architettonica e spaziale, elementi cromatici, disegno, armonia, tempo.
Per questo, forse, Roma è stata da sempre oggetto dell’espressione artistica di pittori, poeti, musicisti, che alla sua storia e alla sua profondità si sono ispirati, ne hanno cantato tratti e caratteri, ne hanno immortalato la storia e i personaggi.
L’idea di realizzare un’ampia raccolta di quanto poeti e scrittori di ogni tempo e nazione hanno prodotto parlando di Roma, mi sembra pertanto non soltanto un’ottima maniera di rendere omaggio a questa città eterna, crocevia di civiltà, ma un modo fertile e appassionante di accostarsi, grazie alla magie delle parole, a una materia così particolare e vasta.
Come amministratori, inoltre, credo che questa sorta di particolarissimo inventario sia un’ulteriore spinta a continuare con impegno e amore il lavoro di conservazione, difesa e promozione, di un patrimonio monumentale, artistico e culturale che non ha pari al mondo.
Una città non può essere soltanto un luogo topografico, nel quale si intrecciano strade e costruzioni. Una città è composta dalle storie di tanti universi urbani nei quali si intrecciano le nostre vite, nei segni, nelle vicende, nelle parole con le quali, appunto, noi costruiamo le nostre città.
Proprio un poeta, John Donne, ha scritto: “Nessun uomo è un’isola a sé stante, ognuno è parte di un continente.”
E’ un altro passo verso il nostro progetto di una città viva, a tutto tondo, una città che racconta e si racconta, per una comunità di persone che si allarga dal passato al futuro, dal centro alle periferie, da queste all’Italia e al mondo.

Francesco Storace – Presidente della Regione Lazio

Raccogliere tutte le poesie che riguardano Roma è un’idea eccezionale, un grande omaggio a questa straordinaria città, capitale d’Italia, ma anche capitale della cristianità ed esempio unico di storia, cultura, arte. Roma in poesia è, dunque, un volume destinato a colmare un vuoto, un volume prezioso, la cui lettura consiglio a tutti, romani e non.
Nelle tante e tante poesie raccolte, infatti, emerge non solo la grandezza della città, ma anche lo spirito dei cittadini, quello spirito romanesco, che è, al tempo stesso, cultura e tradizione.
Grazie, dunque, agli autori; grazie a tutti coloro che, nei secoli, hanno voluto dedicare poesie a Roma; grazie, infine, a tutti i romani, sempre pronti alla battuta, sempre pronti a sdrammatizzare, sempre orgogliosi della loro romanità.

Gianni Borgna – Assessore alla Cultura Comune di Roma

Si parla spesso di Roma come di una città “speciale”, amata dagli intellettuali di tutto il mondo, testimone vivente delle grandi opere del passato ma anche metropoli del futuro, aperta a tutti i temi della solidarietà e dell’impegno culturale.
Il “thesaurus” della poesia del mondo su Roma realizzato dalla Associazione Culturale Allegorein è un’opera pregevole che sottolinea questa “specialità”: attraverso un suggestivo viaggio nel tempo e nello spazio possiamo ripercorrere mille immaginari romani. vissuti attraverso le chiavi dell’emozione, della conoscenza, della riflessione e dell’arte.
Dalla latinità ai nostri giorni, questa città continua ad ispirare poeti e scrittori di tutto il mondo, dando agli artisti un senso di appartenenza che rende davvero questa città una “patria comune”.
Ripercorrere la storia seguendo il filo di questa ispirazione è emozionante per tutti noi, e forse , attraverso i versi di tanti poeti, ci dà la possibilità di imparare a capire ed amare meglio la nostra città.


Armando Gnisci - Romacentro

“Roma non è l’antico, l’antichissimo centro della trascorsa storia universale, è, come vediamo e come sentiamo ogni giorno e ogni ora, se siamo attenti, l’odierno centro del mondo…non New York è l’odierno centro del mondo, non Parigi, non Londra, non Tokyo, non Pechino e non Mosca, come leggiamo e sentiamo dire dappertutto, no, è Roma, oggi è di nuovo Roma, non posso dimostrarlo, in ogni caso non con le mie parole, ma lo sento.”

Ho riportato un passo famoso del romanzo Estinzione [Auslöschung] – che porta il sottotitolo Uno sfacelo [Ein Zerfall] – dello scrittore austriaco Thomas Bernhard, pubblicato nel 1986. Un romanzo che conclude l’opera al nero di “estinzione dell’origine” che questo genio europeo del secondo Novecento ha compiuto sulla sua vita, sul suo luogo natale, sulla propria famiglia, sulla patria austriaca, sulla loro epoca coeva, fino alla parentela germanica. E sulle loro storie: una dentro ognuna altra, tutte dentro di sé a vicenda, nel grembo stretto dell’Europa continentale. Il luogo terminale – e “ideale”, anzi concreto, terrestre e centrale lì dove il genio dello sfacelo può operare con “indipendenza e incorruttibilità” e portare al compimento l’estinzione che da tempo, da tutto il tempo precedente, era in mente e in cammino – è Roma, per Bernhard. La città che si sceglie e dove ci si trasferisce; non quella dell’eterno ritorno alla origine di sé – di sé persona e di sé città – come fu per Kafka la necessità murale di Praga. [Kafka è sempre presente in Bernhard, l’unico scrittore germanico, insieme all’adorata amica Ingeborg Bachmann, ad essere amato].
Roma ha il potere immaginato e letterario – dico immaginato, e non immaginario, perché voglio dire attivo ed efficace e non virtuale e generico – di permettere l’estinzione dell’altrui radicamento della provenienza, il fardello originario del forestiero, quando esso sia venuto oramai alla luce come gobba ed oscena imperfezione, insana e storta incapacità infelice. Roma è il ritrovo di tutti i diversi, di tutti quelli che hanno avuto un’origine e poi hanno voluto estinguerla.
Roma a sua volta, non è soltanto la perenne [per annos] allegoria della costruzione urbana perenne [per annos e per generazioni] di cui parla Cicerone, o quella melanconica del centro imperiale della coda mediterranea dell’Asia e della perennità finita (di sé, della coda, dell’impero, delle pietre e dei segni); di una storia dell’ormai: “trascorsa” e rovinosa (Du Bellay-Quevedo-Pound). Tantomeno Roma sembra aver acquistato qualche nuovo potere da quando è stata ri-capitata: da capo del mondo a capitale di una nazione tardiva, sgangherata, pessima.

[Ho citato fino ad ora il romanzo Estinzione (Milano, Adelphi 1996) alle pagine 156-157; da ora in poi passo alla pagina 300 e alle sue seguenti].

Roma ha un potere mondiale suo tuttora, forse universale. Una parola che aborro e che ho cancellato da molti anni dal mio uso, ma che qui ora può essere adatta e utile per indicare qualcosa – il potere di un luogo-città, nel nostro caso – che sembra fare lo stesso effetto a chiunque venga da fuori: permettergli di estinguere definitivamente l’origine, se è questo che va facendo.
“La parola Italia è sempre stata anche per i miei sinonimo di situazione caotica, del paese dalla situazione caotica per eccellenza […] avevo detto che a indurmi a fare dell’Italia la mia residenza era stata proprio quella situazione caotica, proprio Roma, dove estreme sono la situazione caotica, le imprevedibilità, le impossibilità, come ho sempre detto loro. Proprio perché l’Italia è il paese più caotico d’Europa, probabilmente il paese più caotico del mondo, ho detto loro, è la mia residenza, Roma il centro del caos…”.
Seguendo Bernhard, voglio dire, banalmente io, e giammai e in qualsiasi modo lui attraverso di me, che Roma è centro del caos delle città caotiche, europee e forse del mondo? E in cosa consisterebbe, allora, il suo potere? E perché non Il Cairo, Città del Messico o Calcutta? Forse perché Roma segna il centro del caos d’Europa e al tempo stesso la sua frontiera (del caos europeo) verso gli altri caos urbani del mondo, o addirittura verso il Tutto-Caos, come direbbe Glissant, lo scrittore caraibico? E perché e per chi, estinguere l’origine sarebbe una salvezza? E Roma l’àncora e la fabbrica, la sede perdurante della cura? È necessario e giusto? È bene estinguere l’origine? Che se ne ha, in cambio?
Non so rispondere a queste domande. Sono arrivato a porle, ma questo non vuol dire che io sappia rispondere, che proprio io abbia di che rispondere a loro.[Anche se proprio io, mi trovo nella stessa situazione del romanzo Estinzione, pur non essendo austriaco, ma del sud]. E tutto questo nemmeno vuol dire che tali domande siano giuste e piene di senso, o interessanti e importanti, o che, se mai, possano esserlo. O, in ultima chance, che sia ragguardevole, o, ancor meglio, che lo sia stato, l’averle pronunciate. Forse sono eccessive, o esagerate. O lo sono io, eccessivo ed esagerato. Oppure, tutto questo discorso anche e insieme alle domande lo sia, facendo per loro, come sembra essere, da congruo strascico. Ma, come dice Bernhard – che al suo personaggio fa affermare di essere “il più grande artista dell’esagerazione che io conosca” – “ [il] fanatismo dell’esagerazione, quando riesco a farne un’arte dell’esagerazione, è la sola possibilità per salvarmi dalla miseria della mia disposizione d’animo, dal mio tedio spirituale…” (pagina 464, ora).
Rileggiamo le pagine 300-301 di Estinzione: Roma è nominata come il centro estremo del caos europeo (e forse mondiale) dove si concentrano le imprevedibilità e le impossibilità. Di cosa fanno il centro estremo le imprevedibilità e le impossibilità, i loro accadere propriamente e non il loro “ideale” darsi: quello dell’astrazione; come se fossero l’imprevedibilità e l’impossibilità? No, invece la loro accurata e concreta pluralità numerevole. Quale nomina viene assegnata a quel luogo che sembra essere il centro estremo del caos dove (e perché?) è possibile che accadano le imprevedibilità e le impossibilità? È proprio l’ultima targa della nomina, quella delle impossibilità, a suscitare perplessità nel regime logico del suo testo. Anzi, più che di perplessità dovrei dire: essa è la targa che fa il giro intorno a se stessa. Riformuliamo la frase: Roma è il centro estremo del caos, ed è estremo e centrale al tempo stesso, perché lì [qui] sono possibili le imprevedibilità e le impossibilità. L’aria che si respira qui è la sola giusta per portare a termine l’estinzione dell’origine. Roma è il luogo dove si può, nel caos aborigeno delle imprevedibili e impossibili evenienze, aver ragione della propria appartenenza ad un’origine ed estinguerla in questa luce, diventando straniero nella città dove da più tempo chiunque può sanarsi dalla piaga dell’origine e diventare cittadino (civis) della multiversa estraneità. Questo centro del caos accogliente segna l’estremità e il bordo lungo il quale l’estinzione dell’origine può trasformare chiunque (tutti noi) abbia una vita in uno che ne ha una nuova, o meglio renata, re-originata. Bernhard ha raccontato la storia di questa impresa ragionevolissima, eppure assurda per certe menti, o estenuante. Ha raccontato esattamente e proprio ciò che si può raccontare. Il che significa: ciò che si può dire di ciò che nessuno dice, ma che vorrebbe volentieri ascoltare quando e se qualcuno arrivi a dirlo. Roma, allora, potrebbe fare da centro del tempo dell’ascolto delle voci e delle storie – mi viene in mente, proprio ora, la protagonista di un romanzo di un altro scrittore germanico che ha vissuto a lungo nelle vicinanze di Roma, Momo, del 1973, di Michael Ende. La sede del tempo delle storie, di tutte le storie, che possono essere raccontate. Fino all’estremo del loro complesso immaginato; e quindi la sede del tempo anche di tutte quelle imprevedibili e delle impossibili. Così, forse, agisce la relazione canuta tra la storia di Roma e l’esistenza della letteratura, almeno in Europa. Roma è la caotica sede dell’opera dell’estinzione dell’origine, della nomina a cavaliere dell’estraneità e del sedersi del tempo che accoglie tutte le storie che possono, dovranno poi, essere raccontate ovunque, come da ovunque sono venute. Visto che Roma c’è, da prima, ma già dentro quel tempo. E che chiunque può ancora venirci a vedere come va il mondo. Anzi, dovrebbe venire apposta per questo. A viverci anche, per qualche tempo o di più.
Fino a che l’imperatore Marco Aurelio, come una statua, impedirà l’estinzione della realtà, tenendola nella sua mano vuota, apposta. Fino ad allora, Roma sarà la custodia preesistente e viva di tutte le origini, estinte e nuove, e di tutte le storie. Il centro caotico delle loro migrazioni.
[Io non so se il caos amato da Bernhard rimanga necessario in tutto questo che ho pensato attraverso e dopo la sua narrazione. Quel caos, se potessi, io lo estinguerei definitivamente. Per dare anche alla città una sua storia nuova. E un caos diverso. Li merita, da parte della nostra generazione di viventi.
Così io abito a Roma, ma non sento la città come una volta, quando ci arrivai e ci restai; non mi attrae più il suo centro. Penso che si sia estinto dentro di me. Questa è un’altra storia.]


PRESENTAZIONE
di Roberto Piperno

Iolanda Capotondi
Nota sulla ricerca

Cercare le poesie che hanno per argomento Roma, scritte in tutto il mondo dal Trecento ad oggi.
Questo l’oggetto della “singolare” ricerca intrapresa, verso la fine degli anni ’80, senza ancora aver chiara la destinazione ultima del materiale una volta raccolto, ma già pensando al ruolo centrale che la capitale avrebbe assunto nel panorama culturale mondiale a conclusione del millennio.
Fu così che iniziò la storia di un percorso lungo e denso di sorprese, durato circa cinque anni e forse non ancora del tutto concluso, visto che ha continuato (e continua ancora) ad arricchirsi di nuove scoperte.
La partenza, decisamente “ amatoriale”, sotto la spinta di una gran curiosità e disponibilità a tutto campo, si è poi tradotta gradualmente in un percorso dall’orientamento più scientifico e mirato che si è andato snodando all’interno delle biblioteche più disparate, dalle grandi e importanti (quali la Nazionale, la Vaticana), a quelle di quartiere (la Baldini), a quelle scolastiche (la biblioteca, ad esempio, dell’I.T.C. “Buonarroti” di Frascati dove allora prestavo servizio in qualità di docente), all’Istituto di Studi Romani, alle librerie domestiche.
L’esito della ricerca si è rivelato subito sorprendente, sia per la quantità di materiale reperito- come se ogni scrittore di ogni luogo e di ogni tempo avesse sentito dentro di se l’esigenza insopprimibile di dare il proprio tributo alla città eterna- sia per l’immagine che viene offerta della città, di cui vengono messi in luce non solo i monumenti celebri e le caratteristiche bellezze, ma anche gli aspetti e i particolari all’apparenza poco salienti, quasi dimessi e in alcuni casi brutti o addirittura fastidiosi.
Non è solo la Città Eterna quella cantata dai poeti, piena di storia, di arte o di religione, ma è anche la città caotica, la metropoli rumorosa e piena di traffico, colta nelle contraddizioni quotidiane del suo volto dimesso e compromesso di “città qualsiasi”. Sia che si tratti del quartiere residenziale (“Via di Novella- dice- via di/ Santa Priscilla/ a me che guardo attonito la splendida/ pianta gialla…”)1 o della borgata povera o malfamata (“…vivevo in una borgata tutta calce/ e polverone, lontano dalla città// e dalla campagna, stretto ogni giorno/ in un autobus rantolante:…”)2, delle strade sporche e polverose di cui non si ricorda il nome (“Voglio una via di Roma/ coi suoi rossi coi suoi ocra/…/ Ma non rammento il nome/ della via che ricordo così/ superba seppur disadorna / diritta seppur tortuosa/… / Romana anche se a Roma / non c’è chi la ricordi:…”)3 o del G.R.A. dove si rimane imbottigliati per ore (“ti ascolto, ti ascolto, mentre qui giriamo/ da due ore, da un giorno, o chissà da quando,/ infernati sul GRA, maledicenti, senza/ un’uscita che porti per entro la città (o per fuori)/…”)4 è pur sempre Roma, comunque amata e piena di fascino.
E’ una città “umanizzata” quella che emerge da molti testi: più complessa e meno sublime, ma proprio per questo più attrattiva di approcci e di scoperte impensate. “Roma ndò sta ? Stà ffòri le mura!/ Ndò s’ annava ‘na vorta a scavallà” scrive in un suo sonetto Antonello Trombadori, ribadendo che “Lì stà Roma gargante e trionfante, / A li Prati Fiscali, ar Pecoraio, / Mica a San Pietro e mmanco a Ppiazza Dante”5.
Forse la bellezza e la grandezza di Roma sono da ricercare addirittura là “nei mucchi di tuguri” dove, per dirla con Pasolini, “Nascono potenze e nobiltà/…/ nei luoghi sconfinati dove credi/ che la città finisca, e dove invece/ ricomincia,…..6 .


Note
1 Giorgio Bassani, “Quartiere Salario”, da In rima e senza.
2 Pier Paolo. Pasolini, “Povero come un gatto del Colosseo” in Le Ceneri di Gramsci, Garzanti, Milano.
3 David Mourao-Ferreira, “Rua de Roma”, in Os Ramos Os Remos, Areal Editores, Porto 1985, traduzione di Ettore Finazzi-Agrò.
4 Mario Quattrucci, “Grande Raccordo Anulare”, da Materia del contendere, Quasar, Roma 1991.
5 Antonello Trombadori, “Ecce Roma”, dai Sonetti.
6 Pier Paolo Pasolini, “Serata romana”, in La religione del mio tempo, Garzanti, Milano.


Filippo Bettini
Introduzione

I. Genere e contenuto

Questo è – da quanto ci è dato sapere – il primo thesaurus dedicato alla presenza di Roma nella storia della poesia di ogni tempo e luogo. E, come ogni theasurus che si rispetti, aspira a raccogliere ed ordinare tutto quanto è stato prodotto e pubblicato sull’argomento.
Non è, dunque, un’antologia, ma piuttosto il suo universo speculare, perché la “parzialità” dei testi estratti dall’opera di ciascun autore è in funzione della potenziale “totalità” delle loro voci specifiche di testimonianza e di rappresentazione sul tema prescelto. L’estensione dell’arco cronologico indagato – dalle origini della letteratura greco-latina della Roma repubblicana alle neoavanguardie italiane e straniere del secolo appena trascorso – la complementare vastità dell’ambito geografico-spaziale ad esso collegato (praticamente l’intero pianeta) e soprattutto la straripante dovizia di tributi poetici che Roma, più di ogni altra città al mondo, ha suscitato nella comunità degli scrittori – accendendone immaginazione e sensi, acuendone gusto e volontà espressiva, risvegliandone richiami profondi al mito delle epoche antiche, innescandone momenti di auscultazione interiore e di meditazione filosofico-esistenziale: tutto ciò descrive le proporzioni di un’impresa che, per la quantità di tempo, di persone e di energie impiegate, per la continuità di uno sforzo soprattutto negli anni, per l’infinita molteplicità di riferimenti bibliografici e delle relazioni intertestuali, non è esagerato definire fisicamente “colossale”. Ed, essendo intrinseca al genere suddetto l’impossibilità di abbracciare l’interezza della materia esistente e, ancor meno, di acquisire una volta per tutte la validità rappresentativa dei risultati raggiunti, va da sé che l’istanza di completezza necessariamente postulata in partenza va interpretata e fruita non come dato empirico compiutamente realizzato, ma come principio dinamico e fondativo nel senso dell’opera e, quindi, come sprone alla ricerca attuale e futura – per chi ha condotto a termine il presente lavoro e per chi, a partire da questo, voglia rispondere allo stimolo di procedere oltre, unendo la forza della propria passione e della propria competenza.

II. Impostazione e struttura
Si presentano alcune domande prioritarie a cui è bene che il lettore conosca le risposte offerte dalla cura del libro.
È giusto chiedersi, in primo luogo, quali siano i confini tematici del richiamo discriminante a Roma. Come si potrà appurare fin dalle prime pagine, e ancor prima, dalla struttura dell’indice, la linea di demarcazione è la più lata possibile. Ben oltre la veste descrittiva del paesaggio romano – dell’urbe, dei suoi rioni, dei suoi palazzi e monumenti, del suo fiume – è in gioco la storia della città nelle sue diverse epoche ed anime: la Roma dei Cesari, la Roma dei Papi, la Roma moderna e la Roma contemporanea. Ma, anche al di là di questa, salgono in primo piano le molteplici accezioni metaforiche in cui si configura la presenza di Roma sul piano culturale, etico, antropologico, storico-politico, estetico, psicologico-interiore: luogo di sollecitazione, di catalizzazione e di incrocio di esperienze eterogenee, che vanno anche al di là di Roma ma che da Roma traggono la loro ispirazione e linfa vitale. In siffatto contesto perde valore, naturalmente, qualunque distinzione di ordine quantitativo. Non è la lunghezza della citazione ma la concentrazione dei significati in essa racchiusi a decidere della sua importanza. Vi sono, negli antichi come nei moderni, passaggi anche di due versi o poco più, che, per essenzialità e ricchezza di messaggio, assumono un rilievo pari o superiore a quello che rivestono interi componimenti: così è per il Venerabile Beda, o, tra i moderni, per Klee e la Cvetaeva. Ad essere esclusi sono stati solo i riferimenti in cui Roma gioca un ruolo secondario e casuale, senza mai uscire dallo sfondo lontano degli eventi cui è anonimamente inserita.
E proprio la precisazione ora enunciata aiuta a rispondere alla seconda, e più urgente, domanda che concerne gli inventori e le correnti delle rappresentazioni testuali. Una volta esclusa la via facile della crestomazia dei “bei frammenti”, dettata, in un’ottica metastorica, da un gusto meramente impressionistico (a cui si è, per altro, ispirata la quasi totalità delle antologie finora concepite), è stata, in certo modo, una scelta obbligata perseguire la strada maestra della ricostruzione storico-temporale. Detto diversamente e in parole molto povere: rinvenire la nascita dell’idea e dell’immagine di Roma nella scrittura delle sue origini, seguirne l’evoluzione e i mutamenti nel corso dei secoli, focalizzarne, infine, nella luce dell’oggi, i significati della sua rappresentazione e il ruolo da essi conferito. Ma, giunti a questo punto, potevano dischiudersi due sentieri distinti: la pura e neutrale registrazione dell’ordine di successione temporale dei testi rinvenuti e selezionati o qualcosa di sensibilmente diverso, con tanto di implicazione rischiosa e coinvolgente. Questo qualcosa è stato per noi il ripercorrere l’itinerario, complesso e polivalente, dell’idea di Roma dentro la dialettica del dibattito culturale e dei movimenti e delle tendenze che ad essso hanno dato impulso nel corso dei secoli. In altri termini, si è deciso di mettere mano, per la prima volta, alla storia della mitopoiesi della città di Roma nel seno della più vasta storia della letteratura mondiale. E si sono così delineati, per affinità o per opposizione, per continuità o per scarto, i differenti caratteri che il composito processo di percezione, concezione e rappresentazione di Roma in scrittura ha acquistato via via nella progressione delle epoche a noi più note e familiari: dalla Classicità al Medioevo, dal Rinascimento al Barocco, dall’Arcadia all’Illuminismo, dal Romanticismo al Simbolismo e poi su su, dentro il Novecento, fino al Decadentismo, al Realismo e alle Avanguardie della prima e della seconda ondata.
La novità speciale è che alle stazioni questo percorso si è incrociata in linea trasversale la distinzione per aree geografiche e nazionali, sicché ad ogni periodo o movimento è venuto a corrispondere pour cause il ventaglio delle letterature di quei paesi che, attraverso le voci dei loro poeti, si sono pronunciati su Roma. Si è potuta così scoprire, ad esempio, una Roma medioevale italiana, francese, tedesca, bizantina, araba e islandese o una Roma novecentesca non solo europea ma anche indiana, cinese, giapponese, australiana, africana, latino-americana, statunitense. Con il triplice risultato di illuminare, entro la doppia coordinata dello spazio e del tempo, una trama iridescente di corrispondenze analogiche e contrastive tra i diversi livelli, contenuti, immagini e forme mitografiche in cui si sono manifestati i responsi della produzione letteraria d un autore all’altro in seno alla stessa nazione, da una nazione all’altra all’interno dello stesso movimento, da un movimento all’altro nel corso del cammino storico complessivo. Ben oltre, dunque, la reciprocità di una storia della letteratura rivista e forgiata attraverso gli spostamenti della “funzione Roma” a fronte, di una storia dell’idea di Roma come rivolo interno e specchio particolare – confirmativo, integrativo o correttivo – della civiltà universale delle “belle lettere”. Fatto, comunque, già di per sé non trascurabile, se attesta in termini tanto più probanti quanto più duraturi, estesi e differenziati – la centralità costante di questo soggetto nella costellazione dell’episteme poetico lungo la molteplicità evolutiva delle sue varianti specifiche e circostanziate, fino al punto da sostenere il peso di un’articolazione retrospettiva così ramificata e complessa e persino da suggerirne, essa stessa, l’idea e la traccia, al fuoco della prova più difficile intrapresa nel presente libro.

III. Novità e risultati
Ma altri aspetti più particolari ed egualmente innovativi discendono dall’incontro della dimensione verticale della storia e del tempo con quella orizzontale della geografia e dello spazio.
Intanto è possibile scoprire e riconnettere da un secolo all’altro le avventure e le metamorfosi di uno stesso testo, che diventa in tal modo archetipo e matrice di nuova fecondazione. È il caso della celeberrima definizione virgiliana di Roma quale “patria comune”; degli splendidi versi di Rutilio Namaziano “sulle diverse genti” da Roma riunite e trasformate in “una sola città”; del fortunato detto del Venerabile Beda sull’inseparabile unione tra la vita del Colosseo, la vita di Roma e quella del mondo; e, forse più di ogni altra testimonianza, delle mirabili riscritture condotte sul noto sonetto Le antichità di Roma del francese Joachim du Bellay, a sua volta debitore alla fonte latina primo-rinascimentale di Janus Vitalis da Palermo, da parte de manieristi italiani tardo-rinascimentali Bartolomeo Tortoletti e Girolamo Preti e specialmente dello spagnolo barocco Francisco de Quevedo e, in pieno Novecento, dell’avanguardista statunitense Ezra Pound.
Non meno sorprendente, e culturalmente accrescitivo, è il disvelamento che lo scermo di riferimento a Roma rispecchia e propone alla nostra vista – e talvolta, perché no?, alla nostra memoria sepolta o alla nostra legittima ignoranza – dell’esistenza produttiva di scrittori prevalentemente conosciuti, editi e storicizzati sotto altra veste. Quanti lettori – per citare qualche caso paradigmatico – si ricordavano, prima di imbattersi in queste pagine, che Machiavelli, Goldoni e Pirandello sono anche poeti e che, proprio come tali, hanno scritto pagine storicamente rilevanti sulla capitale della latinità e del nostro paese. Ad essi e ad altri come loro, contemporaneamente scrittori in versi e in prosa, è stato miratamente concesso il privilegio di uno spazio ambivalente. E cogliamo al volo l’occasione di questa informazione per puntualizzare che il thesaurus, pur essendo rivolto alla poesia, contiene cospicue appendici riservate alla prosa, al fine di non privare il lettore e l’argomento medesimo di contributi fondamentali di narratori (esclusivamente tali o anche poeti) che altrimenti non potrebbero apparire. E basta fare i nomi di Sallustio, Petronio, Tacito, Boccaccio, Montaigne, Cervantes, Stendhal, Zola, Mann, Gadda, Canetti, per capire a quale incalcolabile sacrificio si sarebbe andati incontro, se si fosse scelta la linea dell’intransigenza sul “genere”.
Da ultimo, emerge con nettezza dai contorni il peso della presenza e dell’apporto di nazioni e culture per lo più emarginate o trascurate dalle antologie letterarie su Roma. Sia a Nord che a Sud, a Est come ad Ovest entrano per la prima volta sulla scena in modo non sporadico e casuale, e con testi per lo più inediti, poeti del mondo arabo, della Cina, dell’India, del Giappone, dei paesi slavi, di quelli scandinavi, della Finlandia, dell’Australia e del Latinoamerica. Le loro voci, unendosi a quelle delle Vecchia Europa, concorrono a formare un concerto polifonico, per molti versi allegorico del messaggio interculturale e plurietnico che, in una prospettiva dialogica, democraticamente aperta e libertaria, impregna ogni pagina di questa pubblicazione e ne fonda il senso primo.


FILIPPO BETTINI
SOTTO IL CIELO DI ROMA
in collaborazione con
Roberto Piperno
Comune di Roma
Regione Lazio
Associazione Culturale “Allegorein”
Associazione Culturale “Costruire il tempo”

In collaborazione con:
Centro di letteratura e cultura mediterranea
Link Campus University of Malta

fermenti editrice

Direzione del progetto:
Filippo Bettini
Progetto e direzione culturale
Roberto Piperno
Coordinamento redazionale
Armando Gnisci
Coordinamento scientifico

Iolanda Capotondi
Responsabile della ricerca

Redazione dell’opera:
Cristiana Muto
Segreteria redazionale
Margherita Catoni
Patrizia Cimini
Elisa Davoglio
Claudia Pampinella

Collaborazioni:
Gianluca Aschi
Kadigia Bove
Daniela Di Donato
Milena Funari
Anna Giulia Lo Giudice
Mario Marsala
Elisa Carlotta Salvati

Consulenze generali:
Margherita Catoni
Mario Lunetta
Francesco Muzzioli
Mario Quattrucci
Blerina Suta

Consulenze per aree linguistico-geografiche
Paola Andreoni Letteratura latina
Francesco Ardolino Spagna
Tullia Baldassarri Scandinavia Finlandia India
Luigi Ballerini Stati Uniti
Dunja Badnjevic Serbia
Silvia Bertoni Irlanda
Liliana Bjelica Croazia
Maria Carella Russia
Arnold Cassola Malta
Francesca Corrao Medio Oriente
Giuseppe Dell’Agata Bulgaria
Carla Del Zotto Scandinavia
Daniela Di Palma Giappone
Aaron Feerick Irlanda
Italo Fortino Albania
Anastasja Gjurcinova Macedonia
Febo Ghicopoulos Grecia
Massimo Giannotta Giappone
Pavol Koprda Slovacchia
Giulia Lanciani Portogallo e Galizia
Daniela Liberti Russia, Ucraina, Georgia, Bulgaria
Jean-Jacques Marchand Svizzera
Predrag Matvejevic Slovenia, Croazia, Serbia
Carmine Mezzacappa Scozia
Jaroslaw Mikolaewski Polonia
Peter Minarik Slovacchia
Nora Moll Germania
Senadin Musabegovic Bosnia
Cristina Pisciotta Cina
Roberto Fernández Retamar Cuba
Jacqueline Risset Francia
Ulla Schroeder Belgio e Olanda
Janosz Slaski Polonia
Blerina Suta Albania
Giuseppe Tavani Catalogna
Márcia Theóphilo Brasile
Beatrice Töttössy Ungheria
Nigel Thompson Inghilterra
Luisa Valmarin Romania

Ringraziamenti:
Intendo genericamente ringraziare tutti coloro che, pur non avendo preso parte alla composizione del libro, mi sono stati vicino con le loro idee e i loro suggerimenti. Ma un ringraziamento specifico sento il bisogno di rivolgere a Gilda Sensales, mia compagna di vita e di pensiero, interlocutrice costante nello svolgimento di questo lavoro e sempre ricca di intuizioni e consigli speciali.